La nostra vita e il susseguirsi di emozioni

Le emozioni

Tullio De Mauro, alla pag. 818 del suo Dizionario Italiano, spiega che il termine “emozione” deriva dal latino e-movere (cioè, smuovere) e lo traduce con “imprecisione”, “sensazione forte, turbamento, intensa esperienza psichica, piacevole esperienza accompagnata da reazioni fisiche e comportamentali” e dà come sinonimi commozione, turbamento. Sulla stessa lunghezza d’onda è Robert Soussignan che in “Emozioni” – vol. 2, pp.57-74, 2002 – si domanda: “Che cosa sarebbe la vita senza emozioni? Le emozioni colorano la nostra esperienza  quotidiana e accompagnano gli eventi importanti…”. E, quindi, analizzando e razionalizzando la nostra vita, possiamo facilmente accorgerci che tutte le emozioni sono accompagnate da manifestazioni corporee (aumento del ritmo cardiaco, espressioni del volto o del corpo) e comportamentali (avvicinamento, fuga, lotta) che ci permettono di adattarci alle circostanze, influiscono sulle nostre percezioni, sulla memoria episodica, sulla nostra capacità di prendere decisioni e formulare giudizi. E soprattutto ci consentono di comunicare e trasferire informazioni agli altri.

La nostra vita, dunque, è essa stessa tutta un’emozione, un susseguirsi di gioie, dolori, piaceri, disgusti, collere, sorprese.

Ma, se da una parte i ricercatori sono concordi sul ruolo esercitato dalle emozioni nella nostra vita, dall’altra essi sono divisi circa la natura e la quantità delle emozioni, nella loro classificazione e nella diversa incidenza sulle nostre reazioni. E questo perché, alla fine, sono le nostre reazioni che determinano la natura delle emozioni e ne consentono quella chiarificazione di cui sopra.

L’emozione che suscita in noi la nascita di un figlio, l’ascoltare la sua voce che ripete il nostro nome e comincia a dare un nome a tutte le persone e le cose familiari, consegnarlo alla maestra nel primo giorno di scuola, accompagnarlo per tutto il cursus scolastico fino alla maturità e all’università e vederlo camminare con le sue gambe per la via della realizzazione professionale… è indescrivibile. Tuttavia, possiamo immaginare l’espressione del nostro viso davanti a questi eventi: espressione sempre facilmente leggibile dai nostri occhi e capace di trasmettere anche agli altri il nostro stato d’animo. E, se sul nostro volto si può leggere la nostra gioia, è sempre attraverso quello, il volto, che trasmettiamo le nostre sensazioni di paura, di tristezza, di disgusto, ecc. Siamo un libro aperto per gli altri o almeno per tutti quelli che, dotati di sensibilità, sanno leggerlo. Lo stesso dicasi per gli altri: anche loro per noi sono un libro nel quale leggiamo facilmente le loro intenzioni. Almeno così dovrebbe essere. Ma questa è un’altra storia.

Già alla fine del XIX secolo, nel trattato intitolato “Le mécanisme de l’exspressionfacialhumaine” di Duchenne de Boulogne, questo concetto era chiaramente espresso a sostegno di quanto affermato da Charles Darwin in “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, quando affermava che le diverse mimiche riflettono emozioni diverse e comunicano numerose informazioni sulle intenzioni della persona che le esprime. Emozioni intense, dunque, a conferma del semplice fatto d’esser vivi.

E questo da sempre: già da quando ad un anno il bimbo ha letto sul volto della mamma la paura per il pericolo cui si era esposto e l’aveva indotto ad adottare un atteggiamento diverso. È in quello stesso istante che egli percepisce di aver fatto la cosa giusta, dal rasserenamento del volto materno. Ma quali sono i fattori che determinano le espressioni facciali, quale la natura dei loro legami con le emozioni e le informazioni che dette espressioni veicolano?

E qui i vari ricercatori richiamano le cosiddette “teorie della valutazione cognitiva”, le quali non postulano – come qualcuno potrebbe pensare – programmi neuromotori  innati, che determinano un limitato numero di espressioni facciali, ma presuppongono che la diversità delle espressioni facciali siano il risultato di sequenze ordinate del trattamento dello stimolo che ha scatenato l’emozione. La contrazione dei muscoli della fronte, infatti, l’elevazione delle sopracciglia, la contrazione dei muscoli della mascella con stiramento delle labbra e apertura della bocca sono altri modi, diversi da persona a persona, di esprimere le emozioni e sono soggetti a variazioni collegate all’età, alla cultura e all’esperienza di ciascun individuo. Molti sono gli studiosi che se ne sono occupati: da Linda Camras della De Paul University di Chicago a BenoitSchaal e LucMarlier di Digione, dallo stesso R. Soussignan, già più volte citato, all’illustre Paul Elkman, massima autorità mondiale sullo studio dell’espressione mimica delle emozioni, nonché padre della criminologia moderna.

E non solo il volto ma tutto il corpo incamera emozioni e reagisce con comportamenti diversi a seconda dell’età, della cultura, dell’esperienza e del sesso.

Quando proviamo un’emozione, il nostro corpo subisce alcune modificazioni, come l’accelerazione del ritmo cardiaco, respiratorio e la secrezione di adrenalina. Tutte reazioni che alterano il nostro status momentaneo e mandano input al nostro cervello, a supporto delle teorie di quanti teorizzano rapporti circolari tra emozioni, cervello, coscienza e risposta organica corporea.

Ma le emozioni interessano prima  la nostra psiche o la nostra “fusis”? Interessanti sono gli argomenti addotti dai vari William James, Carl Lange e, ultimamente, da Antonio Damasio e Paula Niedenthal, che non pare giungano ad un’univoca conclusione. Anzi.

Le emozioni esistono e le reazioni pure ma, razionalizzandole, notiamo che esse si manifestano in modi sempre mutevoli: emozioni percepite ed esternate in maniera diversa, con “coloriture” più o meno forti, alla cui comprensione è votato l’operatore della relazione d’aiuto. Naturalmente, partendo dalle proprie.

(Tratto dal Manuale di Arti Terapie a cura del Dott. Stefano Centonze)