Disturbi di apprendimento e BES: una differenza fondamentale

La riscoperta attenzione verso gli alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES) va vissuta realmente, e non solo a parole, come un’opportunità per le scuole.

Le recenti disposizioni ministeriali sugli alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES) hanno suscitato, come è noto, un vivace dibattito dentro e fuori la scuola, con molti pronunciamenti pienamente favorevoli e altri critici o preoccupati.

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Si evidenzia da molte parti soprattutto il rischio di medicalizzare dei semplici problemi educativi e di etichettare in questo modo delle normali differenze individuali.
È infatti già da molti anni – prima con la disabilità e poi con i DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento) – che domina nelle scuole, unico e praticamente incontrastato, un modello di tipo clinico: i bisogni vanno “certificati”, ossia riconosciuti formalmente da un’autorità sanitaria esterna alla scuola, e solo in seguito a questa procedura gli insegnanti si attivano personalizzando gli interventi.
Passare da un’impostazione di questo tipo a una pedagogico-didattica, come richiesto e previsto per i BES, non è per nulla banale e non possiamo stupirci se questa innovazione sia fonte di difficoltà, non tanto di resistenze, nelle scuole.
Ma cosa vuol dire, in pratica, applicare un modello pedagogico e non un modello clinico? In estrema sintesi, significa considerare l’efficacia e la convenienza degli interventi proposti, non la sola entità dei bisogni e, tanto meno, il loro riconoscimento nominale.
I BES non si certificano! Non possono farlo i servizi sanitari, né in modo diretto o esplicito («il bambino/ragazzo XY è un alunno con Bisogni Educativi Speciali», fortunatamente sono pochi, ma arrivano alle scuole anche certificati di questo tipo), né indiretto, e questa è una pratica invece molto diffusa: dopo avere segnalato disturbi o difficoltà, si conclude dicendo che per questo alunno la scuola deve applicare le tutele previste dalla Circolare Ministeriale 8/13. Ma inserire in una diagnosi clinica una dichiarazione di questo tipo costituisce un’inaccettabile invasione di campo, dal momento che l’applicazione della Circolare 8/13, ossia di fatto l’individuazione dell’alunno come BES, rientra nell’ambito della didattica e non in quello della clinica, ed è pertanto una prerogativa esclusiva della scuola. Una prerogativa che non si basa certamente sull’arbitrio («a scuola facciamo quello che vogliamo»), ma su quell’assunzione di responsabilità che è strettamente connessa all’autonomia scolastica e educativa. A fronte di un bisogno clinicamente accertato e documentato, la scuola deve cioè organizzarsi e dare una risposta, ma è “responsabilmente” autonoma nel decidere cosa fare e come farlo, attenta cioè a verificare l’efficacia degli interventi attivati e a rivedere le scelte se necessario.
La scuola, quindi, non dichiara gli “alunni BES”, né tanto meno li certifica, ma individua quelli per i quali è «opportuna e necessaria» una personalizzazione formalizzata, ossia un PDP (Piano Didattico Personalizzato). Pertanto il PDP non è una conseguenza di questo riconoscimento come per la disabilità e i DSA («Questo alunno è BES quindi la scuola deve predisporre un PDP»), ma parte integrante dell’identificazione della situazione di bisogno («Questo alunno è BES perché secondo la scuola ha bisogno di un PDP»).

 

Di Flavio Fogarolo, Formatore, vicepresidente dell’Associazione Lettura Agevolata di Venezia, collaboratore del Centro Studi Erickson di Spini di Gardolo (Trento).
(tratto da www.superando.it)